sabato 8 gennaio 2011

Convulsioni..


Pulsa, si ferma. Pulsa, si ferma. Pulsa, si ferma. Si arresta solo per poco, poi riprende il suo solito, fastidioso ritmo.
Prima era un fremito impercettibile, quasi che non appartenesse al mio corpo, come fosse un battito d’ali di farfalla. E poi.. poi cos’è successo per farlo apparire simile al pestare di zampe d’elefante al suolo, come un palloncino che si gonfia sempre di più, finché non scoppia?
E più il mio cuore ingrandisce e meno l’aria raggiunge i polmoni, i miei occhi si dilatano, traboccanti di paura, di orrore, lo stomaco che si contorce in una morsa dolorosa. Mi sento come una bambola di pezza in mano ad una bambina in preda alla rabbia che stringe con forza il corpicino di stoffa.
Grande, ma allo stesso tempo troppo piccola per contenere quel cuore dalle sproporzionate dimensioni, costretta quindi a finire la mia vita esplodendo a causa di quell’insopportabile dolore che mi attanagliava corpo e mente.
Il subbuglio che ho dentro è tale che vorrei quasi liberarmi di questo vomito che mi sconvolgeva lo stomaco. Devo resistere; perché se cedessi sarebbe come arrendersi e l’ho già fatto troppe volte. Corro fuori, mi aggrappo alla ringhiera e guardo il cielo: neanche una dannata stella, nessuna luce a rischiarare quel brutto momento. Non ricevendo nessun’ombra di speranza che mi facesse aver fiducia nella fine di quell’istante pregno di torbidi sentimenti, mi sento opprimere il petto non solo dal pulsare del cuore, ma anche dall’oscuro mantello della notte, che sembra voler abbattere le sue fauci su di me. Cado in ginocchio sulla fredda pietra scoppiando in un pianto silenzioso. Ma dentro di me tutto urla. Ogni centimetro delle mie membra si lamenta, le corde vocali impazienti di lasciarsi sfuggire un gemito rauco.
Solo le labbra obbediscono alla mia mente: restano serrate, non deve uscire neanche un sospiro dalla mia bocca. Cerco di asciugarmi le lacrime, ma ogni volta che ne asciugo una, un’altra torna a sgorgare lungo la guancia. Desidero solo vomitare la mi anima, i miei sentimenti, tutto. Solo per sentirmi completamente vuota, come il guscio di una castagna: una volta mangiato il frutto, l’involucro è inutile e da buttare. E forse allora avrei davvero un motivo per dire di essere un rottame, di essere priva di senso, ma almeno non dovrei preoccuparmi dei miei malesseri. Invece no: l’uomo nasce con i suoi fardelli e si porta dietro fino alla tomba non solo quelli, ma anche quelli che accumula ogni giorno della sua vita.
E gli uomini sono maestri nel perdere tempo così inutilmente.

Alisa in un momento 
non troppo felice..

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