lunedì 25 luglio 2011

Attraverso L'Anima- Episodio 2°


Hello! Mi scuso per non aver postato prima il post, ma ho avuto qualche problemuccio, nonostante avessi tutto già pronto.. questa tecnologia infernale! Mi scuso anche per l'immagine.. non mi piace per questo pos, ma non ho trovato di meglio.. possiate perdonarmi e.. 
Buona lettura, come sempre! Fatemi sapere i vostri pareri, grazie ragazzi! ^^


Attraverso L’Anima
Episodio Secondo




D
a qualche anno aveva lasciato la casa di famiglia per stabilirsi direttamente sul lavoro. Il medico per cui lavorava,  Nathaniel, abitava in una piccola casa a due piani, poco distante dalla periferia. Al piano superiore vi erano tutti i servizi di una casa: un bagno, due camere da letto – una per i padroni di casa e l’altra assediata dal piccolo Roberth -, una striminzita cucina e di fianco un sacrificato salotto. Il pianterreno era occupato invece da una sala d’attesa un po’ rozza, con sedie sgangherate e vecchie poltrone dalla stoffa lisa, una stanza che Nathaniel amava chiamare studio e un ripostiglio. Ed era lì che le era stato fatto un po’ di posto per un giaciglio e i pochi gingilli e abiti che si era portata appresso. Tornava a casa solo di domenica per ripartire di buon ora il giorno seguente verso la campagna, oppure aveva occasione di fare una breve visita ai genitori mentre era in città per lavoro. Già, Nathaniel decisamente non era come tutti gli altri dottori, e non si poteva dire che ciò portasse vantaggi a dismisura. I comuni medici esigevano un lucroso pagamento in cambio delle loro cure, pretendendo anche da un malato costretto a letto di recarsi personalmente nello studio per un semplice controllo.
Ed ecco svelato il mistero dell’aspetto spoglio, polveroso e decadente della sua casa. La popolazione maggiormente esposta ai malanni era anche quella che in tasca non aveva denaro sufficiente per permettersi un pasto ogni giorno. Così si recava spesso in visita ai suoi malati portando loro anche un po’ di cibo; ma non era carità e non insinuava in alcuno un tale sospetto. Diceva sempre: “Le arance sono ottime contro le infreddature; anche il cibo è una cura contro le malattie; l’annata del nostro orto ha dato frutti incredibili! Ve ne prego, prendetene un po’, noi ne abbiamo fin sopra i capelli!” E il sorriso che accompagnava queste frasi era così sincero e raggiante che nessuno avrebbe potuto rifiutare. A volte la stessa Eveline si domandava come facesse la famiglia Norton a tirare avanti, ma, un po’ dall’orto, un po’ con lavoretti fuori programma e con qualche aiuto da vecchie amicizie, Nathaniel se l’era sempre cavata.
Eveline uscì in giardino a prendere una boccata d’aria. Era stata una mattinata faticosa: avevano avuto pochi ma impegnativi pazienti. La signora Hawkins, con i suoi reumatismi e dolori alle articolazioni, li aveva tenuti occupati inutilmente con i suoi lamentosi gemiti ed era fermamente intenzionata a non andarsene “finché il signor Norton non mi farà passare questo dolore!”
Sospirò chiudendo gli occhi e godendosi una delle poche giornate soleggiate di fine marzo, quando due mani ruvide le premettero sulle palpebre. Non ebbe difficoltà a capire di chi fossero quelle mani callose, ma gentili e non poté non sfoggiare uno smagliante sorriso. «È un gioco vecchio come il mondo, Jackson, e diamine! Tu hai venticinque anni! Non hai ancora trovato un modo per metterti al passo coi tempi?» esclamò scostando le mani del ragazzo dal suo volto e girandosi per guardarlo negli occhi color nocciola che ben conosceva.
Jackson ricambiò lo sguardo con fare malizioso: «In realtà ho bisogno di qualche dritta e penso che tu sia la persona giusta a cui rivolgersi» Poi la prese per un bracciò e l’attirò nel piccolo boschetto limitrofo, al riparo dagli occhi vivaci degli amichetti di Robert che scorazzavano per il cortile. Eveline appoggiò la schiena contro la corteccia di un albero, pronta a d accogliere il suo bacio tanto bramato. La giovane gli passò una mano tra i capelli biondi soffermandosi sulla nuca per avvicinarlo alle sue labbra in attesa. Fu un bacio lungo, dolce e tenero, ma al contempo appassionato e seducente come quello scambiato tra due amanti e, per il momento, loro non erano nulla di più. Improvvisamente Jackson si staccò da lei per riprendere fiato. Eveline gli accarezzò la guancia sinistra, scoprendovi un graffio piccolo ma profondo vicino all’occhio. Il suo sguardo allora si fece severo. «Jackson, non sarai tornato ad affaticarti nella falegnameria di tuo padre, vero?»
Lui abbassò il volto attraversato da un’ombra colpevole, come un ragazzino che viene sgridato dalla madre per aver commesso qualche marachella di troppo. «Ma io devo aiutare mio padre, devo lavorare!»
«Ho ragione di credere che tu ti stia sforzando un po’ troppo! Sai quanto può essere rischioso per la tua salute.»
«Non capisci…» disse aggrottando le sopracciglia.
Eveline gli piantò un dito contro lo sterno: «No caro, qui sei tu quello che non capisce! Tre anni fa io e Nathaniel ti abbiamo salvato per miracolo e ancora adesso subisci qualche ricaduta. Io… non posso permettere che ti accada qualcosa!»
«Ma Eveline, io sono un uomo e sarò un padre di famiglia. Quando saremo sposati dovrò essere in grado di mantenere te e i nostri figli.» così dicendo le prese il viso tra le mani e le scoccò un bacio sulla fronte.
«Lo so, però…» soffocò la frase contro la giacca di lui che la stringeva al suo petto. Era una situazione complicata, ma avrebbero superato anche questa, ne era certa.
Jackson se ne andò dopo pochi minuti mentre lei si trattene ancora un po’, passandosi le dita sugli occhi nel tentativo di rilassarsi. E nello stesso istante la voce calda e possente di Nathaniel, che la stava cercando, giunse fino alle sue orecchie. Fece un profondo respiro e si avviò verso la casa. «Ah! Eccola qui! – disse sorridente, mentre si scostava una ciocca nera ribelle dal viso – Questa bambina richiede solo e soltanto le tue cure.»
Da dietro le lunghe gambe del dottore sbucò il volto di una bimba dalla pelle diafana, dai capelli biondi e con gli occhioni scuri pieni di lacrime. Eveline le si inginocchiò di fronte e le disse: «Ciao Elizabeth! Dimmi subito cosa c’è che non va e vediamo che posso fare, ok?»
Elizabeth annuì e le mostrò il ginocchio destro sul quale campeggiava una bella sbucciatura sanguinante. «Oh picccina! Vieni, andiamo a disinfettarci.» e così la prese in braccio per andarla a depositare su un lettino, mentre Nathaniel le trottava al fianco: «Allora, dimmi: è una cosa seria?»
Eveline rispose a tono, facendo l’occhiolino ad Elizabeth: «Certo! Non lo noti da solo? Mi dovrò impegnare con tutte le mie forze per farla guarire.»
Le disinfettò la ferita e le avvolse una benda intorno all’esile gamba, in caso di un’ulteriore perdita di sangue. Si accucciò nuovamente di fronte alla bambina: «Ti fa ancora tanto male?»   
Lei scosse con decisione la testa, poi le allacciò le braccia attorno al collo e le diede un bacio sulla guancia. «Grazie Eveline.» sussurrò uscendo di fretta dalla casa per raggiungere gli amici. Nathaniel e la sua assistente si scambiarono un’occhiata interrogativa. Elizabeth era famosa per la sua poca loquacità e parlava talmente poco che i suoi genitori credettero di avere una figlia muta; ma evidentemente la bambina risparmiava il fiato per usarlo in poche di quelle occasioni che lei riteneva importanti. C’era anche da tenere in contro poi che Elizabeth avesse un debole per Eveline.
Ma la spensieratezza che le aveva donato quella silenziosa bambina e che quasi ogni giorno veniva rinnovata, cominciò a sbiadire. Jackson non riusciva mai a starle lontano a lungo e cercava sempre di trovare un attimo di tempo per correre a rubarle un bacio. Era trascorsa una settimana dalla sua ultima visita e la faccenda iniziava a turbarla seriamente. Tuttavia non era solo il ruolo di amante bramosa che stava giocando in quel momento: ad essere preoccupata era anche l’apprendista, la futura dottoressa. E se il signor Bradford avesse letteralmente legato suo figlio alla piallatrice? Era seduta su una sedia della cucina guardando fuori dalla finestra, mentre quegli angosciosi pensieri le affollavano la mente e quando vide Henry, il postino, precipitarsi verso la casa con aria trafelata. Si scapicollò giù dalle scale per andargli incontro e prima che scendesse l’ultimo gradino Henry aveva già tirato ripetutamente la cordicella della campana che annunciava le visite. Un brutto segno.
 Eveline aprì la porta e l’espressione apprensiva dipinta sul volto dell’uomo la investì togliendole il fiato come una gelida raffica di vento. «Buongiorno signorina Bailey, il signor Norton è in casa?» disse con voce concitata, saltando i convenevoli.                                                                                                                                                                           
Mentre lei si apprestava a rispondere, Henry si tolse l’enorme capello dalla testa poggiandoselo al petto. Altro campanello d’allarme. Il postino si ostinava ad indossarlo solo perché era in grado di nascondere la sua calvizie e non se ne privava mai, neppure durante una cena importante. «Sì, è in casa. Devo andarlo a chiamare?»
«No, ma corra subito ad avvertirlo che deve recarsi il più presto possibile in città…»
Le parole che seguirono dopo le udì appena. Cercò un appiglio per non precipitare, allungò una mano tremante verso il tavolino vicino alla porta d’ingresso, tirandoselo dietro mentre cadeva svenuta sulle assi del pavimento. 


To Be Continued…

Yvaine

3 commenti:

  1. Stupendo,davvero Yvaine *-*
    Scrvi davvero molto bene,sei fluida e questa è una buona dote per una scrittrice ^-^

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  2. *____________________________________*
    Fantastico!

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  3. Ehi!! Mi fate arrossire ragazze!
    Grazie mille per i vostri commenti incoraggianti ^-^
    Mi fa davvero molto piacere che abbiate gradito la sorpresina che avevo in mente da un po', ma non ho mai potuto attuare causa impegni scolastici >.> Sempre la scuola di mezzo!

    Grazie ancora,
    a presto!! =)

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