venerdì 27 febbraio 2015

Kids, let's read! #4 "L'Arazzo d'oro" di Henry H. Neff

Ciao Folletti ^^

Oggi ritorna la rubrica del venerdì Keads, let's read!. Per chi non si ricordasse in cosa consiste ecco una veloce ripassatina.

Kids, let's read! è una rubrica dedicata alle recensioni di libri per bambini che ho letto di recente o da piccola. Questi consigli di lettura per i più giovani troveranno il loro spazio il venerdìHo deciso di fare questa distinzione per fare un po' di chiarezza. Spero che l'idea possa piacervi o quanto meno esservi utile!

Prima di passare alla recensione devo fare una precisazione.
Forse sarete felici di sapere che in questa recensione non troverete la mia personale versione della trama. Già temo che verrà lunga, quindi ho deciso di evitarvi qualcosa che bene o male potete leggere su qualsiasi negozio online.


Titolo: L'Arazzo d'oro
Autore: Henry H. Neff
Pagine: 420
Editore: Mondadori
Prezzo: 18.00 €
Serie: 01. L'Arazzo d'oro
02-05. Non pubblicati in Italia

Trama

La sala del museo è più buia dell'inferno, quando il filo di un antico arazzo si accende di un bagliore dorato. E suona come la corda di un'arpa. L'urlo di Max fa tremare l'oscurità. Non sa che la sua tranquilla vita di ragazzino sarà sconvolta per sempre. E ignora che, fra pieghe di tenebra, un occhio bianco lo sta osservando... I test per entrare all'Accademia di Rowan, scuola per giovani dotati di poteri magici, sembrano impossibili da superare. Non per Max. Animali parlanti, cuochi orchi e insegnamenti telepatici movimentano giornate scolastiche quasi normali, ma... il male è una creatura paziente. E' quell'occhio morto che non lascia scampo. S'infiltra nei sogni, si nutre di paura. Non saranno il genio del suo compagno di stanza e nemmeno la rete sfuggente di Agenti e Mistici ad assicurare al ragazzo la sopravvivenza... Ma un potere più ingannevole, più feroce, nascosto dentro di lui.




Parlando di maghi e di scuole di magia il confronto immediato con la Rowling è quasi scontato e non ci si aspetta che il libro in questione possa essere all'altezza di Harry Potter. Ammetto però che ne ho approfittato per leggerlo proprio perché mi mancavano le atmosfere di Hogwarts, tuttavia credo che il mio mood di lettura abbia avuto un'influenza limitata sul giudizio finale. Speravo che L'Arazzo d'oro fosse un libro carino e avvincente, ma con rammarico mi tocca dire che sono rimasta delusa sotto molti punti di vista. 
I cliché non mancano: Max, il protagonista, sembra essere un prescelto e si distingue per le sue incredibili doti magiche pur no avendole mai praticate; Astaroth, il cattivo di turno, è cattivo senza un motivo, è nato dal male, creato per essere il Nemico. Qualcuno doveva pur farlo. 
Non sono una lettrice esigente. Scavalco cliché e somiglianze se di contro ci sono elementi originali, la trama è avvincente e i personaggi sono indimenticabili. E questo è proprio tutto ciò che manca al romanzo.
L'inizio è subito scoppiettante, pieno di mistero, di coraggio e di azione e crea la falsa aspettativa che ci si possa godere 400 pagine altrettanto intense. La delusione non sta nella mancanza di idee buone, quelle ci sono, ma piuttosto nel modo di proporle al lettore.
Ho apprezzato molto la spiegazione della nascita delle divinità venerate agli albori del mondo e quelle che tutt'oggi hanno un proprio culto, lo sforzo di discostare la scuola di Rowan da Hogwarts partendo dal tipo di insegnamenti fino alla Configurazione delle stanze, ognuna diversa dalle altre in base agli studenti che ospita, i test di ammissione che i ragazzi devono affrontare, il Campo di Prova, per imparare ad affrontare nemici e situazioni pericolose, la presenza di magici famigli e soprattutto il legame della storia e dei personaggi con la cultura celtica
Tutte queste informazioni insieme a mille altre vengono presentate in modo piatto, in un tempo troppo lungo e senza che accada nulla di rilevante. Assistiamo passivamente al giro per il campus, alle ore di lezione nella completa assenza di coinvolgimenti emotivi, di approfondimenti tra le relazioni interpersonali e senza che la trama proceda.
Si nota come l'autore cerchi di creare suspance con l'escamotage ricorrente dell'"accennare a qualcosa/qualcuno dicendo subito dopo che se ne riparlerà a tempo debito". A me questo sembra decisamente più sadismo che non un procedimento letterario. Su di me ha avuto l'effetto contrario: ho perso interesse, sostituito poi dall'irritazione. 
Nell'invenzione di uno sport per maghi Henry Neff ha proprio voluto strafare. Si parla di calcio euclideo, rimandando la spiegazione al momento del gioco: praticamente consiste in una normale partita di calcio giocata su un campo imprevedibile, dove sbucano colline e fossati. Questo però non mi spiega perché è definito "euclideo" e non me lo spiega neanche l'autore. 
Sulla trama mi sono dilungata abbastanza, ora parliamo dei personaggi, il punto che mi preme di più.
In realtà ho difficoltà a parlarvene perché per la maggior parte sono in un perenne stato catatonico della psiche.
Primo fra tutti Max. Viene seguito da gente sospetta, viene attaccato in casa propria da persone pericolose, si parla di una specie di creatura che vive dentro di lui che prende il sopravvento soprattutto quando è arrabbiato, gli viene detto che il suo destino è collegato alla leggenda dell'eroe celtico Cuchulainn. Lui cosa fa? Niente. NIENTE. A scuola ha delle persone che potrebbero rispondere alle sue domande, dirgli perché il Nemico ha preso di mira proprio lui, ma Max non pone né a se stesso né agli altri alcun problema, tanto cosa gli importa, stavano solo per ammazzarlo! Non fa ricerche su Cuchulainn neanche sotto sollecitazione! 
A pagina 231 il suo cervello dà segni di vita per rispegnersi subito dopo e prosegue da ameba per tutto il resto del libro, fino allo scontro finale.
Nessun pensiero, nessuna riflessione su ciò che origlia, ciò che scopre. Semplicemente odioso.
Per fortuna dove pecca il nostro Max rimedia David, il compagno di stanza, tanto che più di una volta mi sono ritrovata a desiderare che fosse lui il protagonista. Reso più interessante dal suo carattere taciturno e timido, David è la vera mente geniale, si pone domande e cerca le risposte da sé visto che in questo romanzo regna l'omertà. Pensate: quando Max scopre che David cerca informazioni sul Nemico e dove si nasconda Max si limita a stupirsi e a non chiedere niente e continua a farsi i fatti suoi. Ma quanto mi irrita quel marmocchio?
Un personaggio che mi è piaciuto un po' più degli altri è Bob, il cuoco e orco votatosi al vegetarianesimo, che nonostante il passato macchiato da azioni violente mostra gentilezza e buon cuore che manca a molti.
Il resto dei personaggi sono un ammasso di gente indistinta. Non si può dire che non siano stati caratterizzati, ma rimangono troppo vaghi, troppo sullo sfondo. Henry Neff ha voluto dare un po' di spazio a tutti loro, e questo gli fa onore, ma così facendo non ne ha sviluppato nessuno e a fine lettura ci accorgiamo di non conoscerli affatto. Max non ha nessun vero amico, nessun vero dialogo, nessun pensiero degno di questo nome, nessun legame vero neppure col suo famiglio.
E così giungiamo a parlare dello stile e della traduzione: pessime, entrambe pessime. Uso dei punti esclamativi a casaccio, uso improprio di verbi ed espressioni. Una per tutte: 
Lucia sorrise e lanciò un popcorn a Cynthia, che le scoccò un'occhiata di traverso, senza alzare gli occhi dal libro. 
E adesso provate a tenere gli occhi su un libro nello stesso tempo guardare qualcuno in tralice. O Cythia aveva uno specchietto sulla pagina oppure Neff voleva dire che la ragazza non alza la testa dal libro.
Ultima critica ma non meno importante va fatta alla cartina: imprecisa e fuorviante nell'indicare alcuni luoghi.
L'Arazzo d'oro è un libro con del potenziale, ma sfruttato e scritto male. Non è avvincente, non c'è azione, mancano le emozioni e un libro senza emozioni è triste e brutto. Non trovo consolazione neanche nella ripresa dei miti celti perché tutto è affrontato con superficialità e lasciato ai margini. Questo è giustificato in parte dal fatto che si tratta del primo volume di una saga, ma è pur sempre un libro di 400 pagine e io mi aspetto di più.

C'è di peggio, ne sono consapevole, ma sono rimasta talmente frustrata e arrabbiata che in definitiva non mi sento di consigliarvelo. Forse i più piccini potrebbero apprezzarlo maggiormente, ma io punterei su un libro che abbia qualcosa da dire e da trasmettere. Non compratelo ai fan di Harry Potter, usatelo come ultima spiaggia se proprio dovete. 



Voi l'avete letto?
Ripensandoci ora, a distanza di un po' di tempo da quando ho scritto la recensione, credo di essere stata un po' dura. Forse le mie aspettative sono state così tanto deluse che questo libro l'ho proprio preso in antipatia.

Yvaine

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